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Superare il Velo di Maya

di Sharatan ain al Rami

Sviluppando i nostri punti di forza e i punti di debolezza, senza dubbio si può divenire persone sempre migliori, infatti, tutto il disordine e la tensione che sperimentiamo a livello personale, non sono altro che il risultato dell’ignoranza di sé e del mondo che ci circonda.

Come un ragno che resta invischiato nella sua stessa tela, anche noi siamo imprigionati nei lacci della nostra ignoranza. Con i sensi fisici possiamo percepire il mondo che ci circonda e tutte le cose materiali, ma le facoltà della nostra mente, del nostro intelletto e le caratteristiche della nostra personalità, sono percepite solo dalla nostra coscienza. La coscienza o Anima, che non è percepibile con strumenti fisici e che costituisce il nostro vero sé, il nostro Io, la possiamo percepire solo con la comprensione mentale o intellettiva.

Gli antichi greci e anche gli indiani, percepivano la realtà come costituita da atomi. La parola greca atomos, significa indivisibile ed è simile al termine hindi Atma, che significa Sé o Anima, significando l’energia fisica, indivisibile ed indistruttibile che anima l’essere umano. Tutta la realtà che ci circonda è, quindi, formata da punti di energia fisica, cioè da modelli di onde energetiche e di vibrazioni. Tramite i nostri sensi, facciamo una selezione di queste vibrazioni e trasmettiamo queste informazioni alla nostra mente, dove si costruiscono delle immagini mentali. Sono perciò tutti i sapori ed i colori, che rileviamo con i nostri sensi, a costruire la nostra immagine del mondo, con essi possiamo avere accesso a tutti i diversi livelli di energie fisiche.

L’anima è invece il punto-sorgente di energie spirituali, ed è l’entità cosciente della nostra esistenza. Il termine Atman possiede tre significati: l’Io, l’essere vivente e “l’inquilino”, indicando cioè che io sono un essere vivente, sono l’inquilino del mio corpo fisico e sono anche l’anima, ovvero l’essere interiore vivo ed intelligente.

Essendo energia, l’anima è asessuata, benché disponga di qualità sia maschili che femminili. Nel manifestarle essa viene condizionata dal genere del veicolo corporeo che la ospita, e viene influenzata anche da condizionamenti ed aspettative sociali, ma la distinzione esiste solo nei corpi perché l’anima è indifferenziata.

Per definire i propri limiti e per costruire la consapevolezza corporea, l’essere umano opera la distinzione tra “io” e “mio” e definisce come mio le cose che gli appartengono e come “io” la coscienza di se stesso. Molto spesso la coscienza di ciò che è mio, si espande in ogni direzione, non solo rispetto ai limiti del corpo o alle facoltà interiori, ma tracima come un fiume in piena nel mondo esterno, cercando di inglobare tutto ciò con cui ci rapportiamo.

Iniziamo cioè a vedere come “mio”, non solo il nostro corpo, ma anche la mia macchina, la mia casa, mio fratello, mio marito, mio figlio, mia moglie ecc. Con il tempo tendiamo a conservare e trattenere tutto, come se fosse di nostra proprietà esclusiva, ma “il mondo è un vaso di spiriti che non si fa forgiare” diceva Lao Tze per cui, più vogliamo trattenere qualcosa con la forza, più essa ci sfugge.

Pur rendendoci conto dell’inutilità di questo atteggiamento e della natura effimera del mondo materiale, comunque ci aggrappiamo ad esso con fiera determinazione, sviluppando sempre maggiori attaccamenti e maggiori dipendenze ed alimentando la paura di perdere i nostri possessi. Quando ci identifichiamo con le cose che ci circondano, oltre ad alimentare la paura, disperdendo le nostre energie, soffochiamo anche le nostre qualità innate, cioè il nostro vero essere.

Facendo l’elenco di tutte le cose, che ci potrebbero ostacolare nella nostra evoluzione, probabilmente citeremo l’età, il sesso, la salute, la famiglia, il lavoro ed eventuali difetti o dipendenze personali, ma a ben osservare, sono le stesse cose di cui tendiamo a rivendicare il possesso esclusivo, le stesse a cui, al sopraggiungere dei problemi, attribuiremo poi tutte le colpe, e che useremo come capri espiatori. La realtà non dovrebbe esser vissuta come una conquista di territori personali, ma come una conquista di consapevolezza sempre crescente, da cui invece ci difendiamo disperatamente.

Secondo l’antica saggezza religiosa indiana dei Veda (5000 a.C.), la dea Maya, dopo la creazione della Terra, la ricoprì di un velo che impedisce agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. È scritto: Maya è il velo dell’illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo, infatti, è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra, ch’egli prende per un serpente.”

Secondo l’Advaita Vedānta, questo “velo” è rappresentato dall’identificazione con il corpo, con la mente, con l’intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell’io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l‘Atman, l’unica entità eterna ed immortale, impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l’anima individuale di essere separata dal Tutto. “La conoscenza del Sé è il senso della vita.” (Kena Upanishad vakya bhasya, II, 5)

Per realizzare il Sé nei diversi livelli di conoscenza, di creatività ed amore, bisogna trascendere l’egoismo, la possessività, la paura, la solitudine e l’angoscia, e ciò si può fare, eliminando le false idee di “mio” e “io”. Nelle Upanishad si sostiene l’esistenza di una forza primordiale, uno spirito universale impersonale, eterno e immutabile che sta alla base di tutto l’universo: Brahman. Ogni individuo ha un nucleo immortale, un Sé, un’anima eterna chiamata Atman che, alla morte del corpo, si reincarna in altri corpi, seguendo un ciclo negativo di sofferenza (Samsara) dal quale bisogna trovare la via per liberarsi.

Il nostro essere spirituale, il Sé che è la parte essenziale e più reale di noi è di solito celato, chiuso, come avviluppato nelle sensazioni corporee, dominato dalle nostre sensazioni e pulsioni e tiranneggiato dalla mente inquieta e turbolenta. È necessario togliere questi avviluppi, affinché si riveli la vera essenza spirituale. Soltanto la conoscenza distrugge l’ignoranza, come la chiara luce dissipa l’oscurità, perché il Sé si manifesta soltanto nell’intelletto puro, essendo esso il sole di Conoscenza. Esso è fissato nello spazio del cuore, ed è Colui che dissolve l’oscurità; essendo l’onnipervadente sostrato di tutto, Esso infinitamente risplende e fa ogni cosa risplendere.

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La nostra anima eterna, il nostro Sé, l’Atman, è come una goccia d’acqua. Come la goccia, sembra autonoma e separata dall’oceano ma, ben presto tornerà all’oceano (Brahman). La sensazione di separazione tra la nostra anima e quella universale, così come la sensazione di separazione che riscontriamo nel mondo dei fenomeni che ci circondano, è un’illusione (Maya) dalla quale sfuggire.

È la sensazione di separazione dal Tutto che ci induce la disperazione, che ci spinge all’attaccamento e alla dipendenza dalle cose. La nostra anima è avvolta dal velo delle illusioni, dal velo di Maya, del quale dobbiamo liberarci per scoprire che essa coincide con l’anima del mondo, e che la nostra anima è un riflesso eterno dell’anima eterna del Tutto.

Le Upanishad insegnano la via per liberarsi dal Samsara per permettere ad Atman, squarciando il velo di Maya, di ricongiungersi con Brahman. Si afferma nelle Upanishad: “Atman non invecchia quando s’invecchia, e non muore quando si viene uccisi” perché il suo destino è ritornare nell’oceano di Brahman.

Articolo di Sharatan ain al Rami

Fonte: https://lacompagniadeglierranti.blogspot.com/2008/11/superare-il-velo-di-maya.html

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