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IL VALORE DEL DISTACCO: DA ECKHART AI GRANDI MAESTRI

Il vero distacco comporta che lo spirito, in tutto ciò che gli accade, nel bene o nel male, nell’onore come nella vergogna, sia così immobile come un vasto monte sta immobile di fronte ad un leggero vento. Questo può dare l’impressione di qualcosa di talmente alto da sembrare vano il tentarlo o lo sperare di poterlo raggiungere. Il grande mistico e pensatore che scrisse queste parole è Meister Eckhart Tolle, domenicano, teologo, predicatore, che durante la sua vita, a cavallo tra il milleduecento e il milletrecento, percorse in lungo e in largo il Reno dedicandosi alla predicazione e alla cura delle anime di religiosi e religiose. 

Il tema del distacco è uno dei temi nodali dell’esistenza, tra i più grandi conseguimenti per l’uomo saggio, potentissimo strumento per rendere la vita più semplice. Spesso gli uomini sono profondamente segnati dai perfidi influssi dell’ambiente esterno o addirittura non riescono ad adattarvisi: non è difficile immaginare che il distacco dovrebbe essere uno degli obbiettivi principali di chi vuole superare tali difficoltà ed evitare il disperdersi di grandi energie con conseguenti esaurimenti e depressioni.

Secondo alcuni grandi psicologi, come Jung o Assagioli, la psicologia, senza mistica, cioè senza una dimensione spirituale di cui il distacco è parte significativa, non può dare all’uomo una risposta completa, né può aiutarlo a risolvere i problemi ultimi di significato della vita. La pratica del distacco può ricollegare l’uomo alla sua vera essenza spirituale ed è essenziale per la sua salute mentale (e quindi fisica). Ma cosa significa esattamente “distacco”?

Meister Eckhart nei suoi sermoni identifica il punto più alto della realizzazione spirituale dell’uomo nell’unione dell’anima con Dio, che è l’essenza stessa della mistica, e la definisce “cognitio dei experimentalis” (esperienza esistenziale del divino). Questa unione si identifica con il processo stesso del distacco dalle cose materiali che per Eckhart deve essere assoluto, senza gradi intermedi: difatti è molto più attento a indicare il punto di arrivo del cammino spirituale, che a spiegare come fare, partendo dal basso dove siamo, a raggiungere questa vetta. In tal modo il distacco può sembrare talmente impossibile da raggiungere, privo di significato e lontano dal modo di essere dell’uomo moderno, da farlo desistere ancora prima di iniziare. Questa è una delle ragioni per cui un Maestro vivente deve accompagnarci nel cammino spirituale, per indicarci gli “step” (i passi) intermedi, che altrimenti non saremmo in grado di vedere.

Eckhart indica nel distacco la virtù più alta attraverso cui l’uomo può unirsi nel modo più stretto a Dio, proprio perché è l’unica virtù che non mantiene nessun legame con la “creatura”, dove per creatura egli intende tutto ciò che è causale e temporaneo. Se nel cuore dell’uomo c’è tale creatura, o parte di essa, allora Dio non si può manifestare. “Se Dio deve scrivere nel mio cuore nel modo più elevato, bisogna che dal cuore esca tutto quel che può chiamarsi questo o quello, ed è proprio quanto accade con il cuore distaccato” [1], così scrive Eckhart… Se prima non si svuota la nostra coppa Dio non può entrarvi.

Tramite il distacco l’uomo si libera da tutto ciò che non è essenziale, muore a se stesso; la personalità, in quanto determinata, finisce, viene lasciata indietro, e finalmente l’anima eterna prevale e si congiunge con Dio. Il distacco in Eckhart è la stessa esperienza dell’unità con Dio, tanto che egli arriva a definire Dio stesso “supremo distacco”[2].

Uno dei metodi per allenare il distacco è suggerito dalla Psicosintesi del famoso psicologo Roberto Assagioli, ed è il cosiddetto processo della disidentificazione, ovvero la separazione dell’io dai vari contenuti della coscienza, tra cui emozioni, pensieri, personalità, ruoli, funzioni con cui l’io tende spontaneamente ad identificarsi. Senza disidentificazione -almeno parziale- da questi contenuti, il distacco non è possibile: se “io sono” –ovvero mi identifico- con questa particolare emozione, pensiero o ruolo (gli esempi si sprecano, da “sono una persona di successo” a “sono il figlio, il coniuge o il genitore” a “sono l’ingegner, commendator, proprietario, direttore… ecc.) , allora non ho nessuna possibilità di osservare e trasformare questo contenuto, perché manca proprio quella distanza che mi permette di agire su di esso. Usando una definizione di  Assagioli stesso, il distacco è quel processo interiore per cui l'individuo si scopre "cittadino di due mondi" e viene invitato a vivere "coi piedi per terra e la testa alta verso il cielo".

Il distacco è un operazione di separazione tra due termini, l’anima da una parte, e i contenuti e le immagini dall’altra. Quest’operazione di separazione è in grado di darci la padronanza su tutti quei contenuti “mondani” che, senza distacco, finiscono per renderci schiavi. Per Eckhart finché in noi domina “la creatura”, la materia, e non Dio, noi siamo sotto il suo dominio, e scrive in proposito: “Perciò un uomo buono dovrebbe vergognarsi di fronte a Dio e a se stesso nell’accorgersi che Dio non è in lui, che non il Padre compie in lui le opere, ma che ancora vive in lui la misera creatura, determinando le sue inclinazioni e compiendo le sue opere.”[3]

Eckhart sostiene che il distacco è innanzitutto un’esperienza, uno stato di coscienza da realizzare attimo per attimo, regolarmente. Egli esortava i suoi ascoltatori a realizzarlo entrando in contatto con Dio nel qui e ora: nelle sue prediche diceva “prima che io esca da questa chiesa e prima che io finisca questa predica”. Solo nel distacco può esserci libertà, che è anche liberazione, gioia e autentica felicità.

Ma attenzione, i contenuti su cui operiamo il distacco continuano tuttavia a esistere, l’uomo pur nel distacco, ci dice Eckhart, non può vivere senza attività, non può restare senza opere: “Si tratta di imparare a vedere Dio in tutte le cose e a permanere senza ostacoli in ogni opera e in ogni luogo, in mezzo a qualsiasi tipo di contenuti.”[4]."Il punto non è quindi eliminare i contenuti e le opere, ma non identificarsi o attaccarsi a essi e gestirli da un punto centrale che resta saldo e immutabile.

Nel caso delle emozioni, ad esempio, il distacco non deve significare repressione o inibizione, atteggiamenti che tra l’altro sortiscono esattamente il risultato opposto, in quanto ciò che reprimiamo tende a ritornare in modo ancora più forte e pericoloso; le emozioni continuano ad essere presenti, non spariscono, anzi siamo consapevoli della loro mutevolezza e della loro vacuità, quello che cambia è il nostro atteggiamento verso di esse, non agiamo più in preda ad esse, non ne siamo più dominati, le accettiamo e le gestiamo in armonia e serenità.

Poiché spesso sono proprio le emozioni causa delle nostre sofferenze, e le sofferenze a loro volta ci causano emozioni, al distacco si collega uno dei temi etici fondamentali cioè quello dell’accettazione della sofferenza. Sofferenza che è inevitabile, spesso anche utile nei periodi di evoluzione: si tratta di affidarsi, di accettare una volontà più grande della nostra, quella di Dio (e del Maestro), rinunciando alle preferenze e alle antipatie dettateci dalla mente. “Sia fatta la tua volontà” significa accettare, accogliere benevolmente, riconoscere la volontà di Dio in tutto ciò che accade. Sia esso povertà o ricchezza, malattia o salute, gioia o disperazione, tutto deve essere benaccetto all’uomo che ha unificato la sua volontà con quella di Dio. Un tale uomo si trova, lontano dalla propria personalità, affrancato dalla propria volontà, in una pace totale: “Se ti piace la volontà di Dio, tu sei proprio come in paradiso, qualsiasi cosa ti avvenga o non ti avvenga”[5], scrive in proposito Meister Eckhart, e commentando le parole di Cristo al Getsemani “l’anima mia è triste fino alla morte”, egli afferma che la sofferenza di Cristo deve essere stata certamente enorme ma “questo dolore, che pure lui provava, toccava solo l’uomo esteriore, mentre l’uomo interiore in lui restava immutabile e distaccato”.  Infatti il domenicano scrive ancora: “Non è mai esistito un santo a cui la pena non abbia fatto male e per il quale l’amore non sia stato piacevole, e nessuno giungerà mai a questo punto, tuttavia a chi mantiene l’animo distaccato e unito a Dio,  quel che allora gli accade non ostacola l’eterna beatitudine, in quanto ciò non tocca la più alta cima dello spirito, lassù dove esso permane unito con la carissima volontà di Dio.”

Non si può diventare insensibili a gioia e dolore, né, come esprime Eckhart, “un suono penoso può essere una dolce musica d’archi”, ma l’essenziale è il distacco. E’ lo spirito che domina la gioia e il dolore.

Vi sono per Eckhart due direzioni fondamentali del distacco: una verso tutte le cose e l’altra verso se stessi. Il distacco da se stessi è proprio il punto chiave per il teologo domenicano: finché l’uomo non rinuncia a se stesso, non muore a se stesso, resterà perso nella molteplicità e lontano da Dio. È questo il distacco più radicale, quello che costituisce la morte dell’ego e la rinascita in spirito, la vera chiave dell’unione mistica: l’io deve morire e solo allora, nella assoluta povertà dello spirito, può avvenire l’incontro con Dio, la generazione di Dio nel fondo della nostra anima. Il tema dell’abnegare proprium (annientamento dell’ego, distacco dall’io) in Eckhart è strettamente connesso a quello della volontà: morire a se stessi significa rinunciare alla propria volontà personale. L’ego è caratterizzato da volontà possessiva e separativa, negare tale volontà che non è una volontà libera perché sempre determinata dalle cose cui si lega, è mettere fine alle pretese del pensiero appropriativo e interessato. Il distacco dalla propria volontà coincide con l’avere una sola volontà con quella di Dio.

Sorge però a questo punto una domanda solo apparentemente superflua: chi non capisce la sua vera volontà e non ne ha mai fatto esperienza, come può rinunciarvi? Possiamo abbandonare qualcosa che non ancora non conosciamo? Occorre quindi avere ben presente che la fase iniziale di questo processo di evoluzione prevede prima la scoperta della propria volontà e il suo utilizzo, per poi, solo dopo, arrivare alla rinuncia ad essa, ovvero farne il suo “uso” più nobile, ovvero rinunciarvi per fare la volontà di Dio e del Maestro. In parole povere non possiamo troppo velocemente saltare le tappe intermedie.

Altri aspetti basilari del distacco, sul piano terreno, sono rappresentati dalla comprensione che i vari aspetti dell’esistenza possono essere paragonati ad un gioco o a una rappresentazione teatrale, quest’ultima con gradazioni che –come ben sappiamo- vanno dalla commedia brillante alla tragedia, soprattutto in famiglia. Se noi riusciamo a comprendere, profondamente, che la realtà vera è solo quella spirituale, quella dell’“io sono quello” per intenderci, mentre tutto il resto è qualcosa che interpretiamo, ma non siamo, mi si permetta la battuta, “il gioco è fatto”. Occorre solo imparare bene le regole del gioco, o il copione della commedia, perché di sicuro è importante giocare o recitare con il massimo impegno e concentrazione, perché tutti si aspettano questo da noi, e non prenderli sul serio sarebbe controproducente, ma sempre ben sapendo che in qualsiasi momento potremmo interrompere gioco e rappresentazione, per ritrovare noi stessi e il vero filo conduttore della nostra esistenza. Questa consapevolezza, una volta compresa profondamente, è un buon allenamento per portarci gradualmente a realizzare sul piano fisico quel distacco che ci aiuta a vivere meglio: sì, perché vedere la nostra vita con obbiettività ci porta anche a fare scelte sempre migliori e più consone ad un vivere etico in armonia con lo spirito e in pace col mondo.

Un altro aspetto veramente importante del distacco riguarda il famoso concetto di cui si tratta anche nella Bhagavad Gita, ovvero la necessità, per l’uomo che vuole evolvere spiritualmente e che contemporaneamente vuole risolvere parecchi suoi problemi esistenziali, di agire senza aspettarsi il risultato di tale agire. L’uomo non può esimersi dall’agire, così insegna Krishna al discepolo Arjuna, questa è la sua stessa essenza, un’essenza a cui non può sottrarsi, tuttavia deve concentrarsi esclusivamente sul compiere al meglio l’azione che svolge nel “qui ed ora”, disinteressandosi completamente dei possibili risultati, lasciandoli completamente in mano al Maestro e a Dio. Questo modus agendi, oltre ad essere il segreto del successo, nel senso di massimizzazione del risultato finale, ha anche la grande prerogativa di elimina il fardello delle pre-occupazioni e delle delusioni, fonte inesauribile dei problemi psicologici umani.

Infine, a comprendere fino in fondo tutti gli aspetti del distacco, ci viene in aiuto una famosa metafora del famoso Maestro Kirpal Singh, quella dell’albergo: si tratta di vivere l’esistenza come se si fosse entrati in un albergo, dove si viene accolti con gentilezza e tante persone sono al nostro servizio, dove si può godere di ottimo cibo, camera con vasca idromassaggio e quant’altro, comunicazioni piacevoli con persone di ogni genere e provenienza, attenzioni di ogni genere, ma sapendo sempre perfettamente che un giorno dovremo pagare il conto e partire. Giusto quindi godere dei piaceri offerti, ma essendo sempre ben consapevoli della loro temporaneità.

Il supremo distacco, come dicono i maestri, si trasforma infine nel vedere Dio in ogni dove, in ogni persona e in ogni manifestazione della natura e del nostro quotidiano. Intravedendo questa essenza ci si può automaticamente distanziare dalla sua parvenza materiale e dunque illusoria. 

Per realizzare il distacco dobbiamo quindi passare per una profonda comprensione, una trasformazione graduale quanto inesorabile del nostro essere materiale, realizzabile solo con l’aiuto di una Guida che sappia dove infine si deve andare a parare.

Capire esattamente cosa vogliamo nel profondo e poi esercitare la nostra volontà nel decidere quotidianamente cosa è meglio per noi a livello etico, per arrivare a volere esattamente quello che è il nostro vero bene, quello che il Maestro conosce meglio di noi, è processo tutt’altro che banale. Fondamentale per questa realizzazione è la meditazione quotidiana, uno strumento pratico che aiuta l’uomo ad esercitare la propria volontà nel senso dell’evoluzione e aiuta lo spirito a distaccarsi dagli attaccamenti esteriori.

L’obbiettivo finale da raggiungere, grazie alla meditazione e ad una vita etica, è la realizzazione della dimensione divina da sempre presente nell’uomo, anche se per lo più non avvertita e nascosta: il momento fondamentale di questo processo risulta essere il distacco.  Come diceva Guru Nànek: “Per possedere tutto, desidera di non possedere niente.” Se si vuol gioire di tutto, non si deve provare attaccamento per nulla; se ci si vuole liberare da tutte le sofferenze, occorre liberarsi da tutti gli attaccamenti. Ciò che genera sofferenza sono gli attaccamenti ai beni di questo mondo. Quando essi ci vengono a mancare, proviamo dolore.

Quindi, come dice il Maestro[6], il distacco è il bene più grande, e può derivare soltanto dalla vita dello spirito. Quando noi abbiamo imparato ad apprezzare le cose spirituali, automaticamente cadono da noi gli attaccamenti agli oggetti fisici, proprio come l’acqua cade dalle penne del cigno quando esso si leva in volo asciutto.  Con la meditazione l’essere umano muore a se stesso e si fa puro nulla, permettendo così a Dio di entrare; l’io si distacca dai contenuti della mente, si eleva e risale fino ad essere assorbito dalla fonte, il Sé spirituale, l’Anima. E questa identificazione porta finalmente l’uomo al raggiungimento di una dimensione totalmente nuova fatta di pace, armonia, pienezza dell’essere, gioia, amore e beatitudine.

 

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