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“Una vita di merda…”

di Francesco Lamendola

È una delle risposte più frequenti che ci tocca sentire, quando domandiamo a un amico, che non vedevamo da un po’ di tempo, come gli vanno le cose.

“Cosa vuoi che ti dica? Faccio una vita di merda, questa è la verità…”, ti risponde quello, stringendosi nelle spalle con aria eloquente, cioè totalmente sconsolata.

Fare una vita di merda…

Decisamente, non si può dire che sia il massimo; eppure c’è un sacco di gente che vive così, in uno stato di tranquilla disperazione: un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra, un mese, un anno, un decennio dopo l’altro.

Forse anche tu, gentile lettrice, e tu, caro lettore, vi sentite un po’ così; solo che non lo ammettereste mai davanti a tutti; ma a tu per tu con un’amica o un amico di vecchia data, allora è un’altra cosa: allora si possono anche lasciar cadere le maschere e mostrare il volto triste del pagliaccio che ha voglia di piangere, anche se gli altri si aspetterebbero le sue risate.

Fare una vita di merda…

Libri e varie...

Certo, si tratta di un’espressione forte; non la si potrebbe adoperare nella buona società, fra persone bene educate; non la si potrebbe pronunciare a voce alta in un ristorante di lusso o nella hall di un elegante albergo a cinque stelle: subito molte paia d’occhi si volgerebbero, con aria tra scandalizzata e infastidita, verso il plebeo bestemmiatore.

Ad un tavolo d’osteria, potrebbe andare già un po’ meglio; eppure perfino lì ci sarebbe qualcuno che si sentirebbe urtato, forse un po’ offeso: anche perché tutti si sentirebbero almeno un po’ coinvolti, almeno un po’ compagni di sventura.

Ci sarebbe poco da stare allegri: perché quel disgraziato del vicino di tavolo, quello che ha detto a voce alta: “Sto facendo una vita di merda”, riuscirebbe a far sentire tutti quanti a disagio, proclamando senza peli sulla lingua una scottante verità che riguarda non certo lui soltanto, ma anche parecchi altri che fingono di darsi un contegno.

Che cosa si vuol dire, quindi, allorché si afferma che si sta facendo una vita di merda? Vuol dire che si sta facendo una vita spenta, grigia, del tutto spogliata della dimensione della speranza; una vita frustrante, fallimentare, amara, simile a un lungo stradone d’asfalto, senza mai un albero, senza mai un fiore: solo il calore torrido dell’estate, la polvere e l’arsura; e il cielo come velato dalla foschia, dalla pesante cappa di afa, che non lascia immaginare che possa mai piovere per chissà quanti giorni ancora, che non giungerà mai un poco di ristoro e di frescura.

Vuol dire avere ripiegato tristemente i propri sogni e averli chiusi a chiave nel cassetto; aver smesso da un pezzo di provare stupore, serenità, gratitudine; vedere sempre tutto in una luce triste, monotona, soffocante; non credere più a niente e a nessuno, non sperare più niente, non aspettarsi più nulla dalla vita, dal domani…

Vuol dire sentirsi sopraffatti dalla stanchezza, dallo scoraggiamento, dal senso di impotenza e di fragilità; non scorgere nemmeno un indizio che faccia aspettare con fiducia il mattino che dovrà sorgere; essere sempre immersi nella notte e andare a tentoni per le strade, come ubriachi, come ciechi, sbattendo continuamente da ogni parte, senza riuscire mai a far tesoro degli scivoloni, delle cadute.

Vuol dire trovarsi senza fiato, come un alpinista che non ce la fa più a respirare e che ha paura di andare avanti, ma anche di tornare indietro e che quindi si sente bloccato, perduto, terrorizzato; vuol dire sentirsi sopraffatti dalle smisurate aspettative degli altri, dalle loro incessanti richieste, dal giudizio impietoso che si può leggere nei loro sguardi, anche quando essi credono di mostrarsi compassionevoli e solidali.

Vuol dire alzarsi il mattino e, guardandosi allo specchio, avere voglia di chiudere gli occhi, di tornare sotto le coperte, di non doversi più confrontare con la propria immagine. Vuol dire non avere più il coraggio di fissare il proprio sguardo e d’incontrarlo così stanco, così diverso da quello di un tempo.

Ancora… Una vita di merda è anche una vita che è sfuggita al nostro controllo, ai nostri legittimi desideri, alla nostra autenticità; è una vita in cui siamo pressati e oberati da necessità contingenti, da preoccupazioni fastidiose, ma anguste, da problemi di corto respiro, i quali, nondimeno, tengono impegnate le nostre energie migliori e ci sottraggono il tempo e la serenità necessari per dedicarci veramente a noi stessi, per fare le cose che ci farebbero star bene.

Specialmente per le donne e gli uomini di mezza età, stretti fra le loro responsabilità di genitori e quelle di figli con genitori anziani. Una intera stagione della vita – diciamo fra i quarantacinque e i cinquantacinque anni, più o meno – in cui impegni familiari e sociali ed esigenze quotidiane di ordine pratico, tendono a farsi particolarmente gravosi, particolarmente stressanti, particolarmente ingrati.

E a tutto ciò si aggiungono la fatica di un lavoro non sempre gratificante e, forse, anche precario, o sul punto di scomparire, con le conseguenti difficoltà economiche e psicologiche; la stanchezza accumulatasi in anni di continuo surmenage, magari senza neanche uno straccio di vacanza da chissà quanto tempo; per non parlare di altri problemi particolari, come un figlio o una figlia difficili, ribelli, patologicamente svogliati e immaturi, forse dediti agli stupefacenti; un marito o una moglie depressi, esauriti, ossessionati da disturbi mentali, o semplicemente (si fa per dire) perennemente ansiosi, aggressivi, intrattabili; un parente affetto da qualche sindrome consistente di natura fisica, costantemente bisognoso di assistenza…

Certo, qualcuno sembra più fortunato di qualcun altro. Almeno in apparenza, vi sono persone che non sembrano mai sfiorate da grossi problemi, che godono sempre di ottima salute, che hanno famiglie felici e armoniose, dei figli modello e dei genitori in perfetta salute, anche nell’età avanzata; persone che sembrano baciate in fronte da qualche dio benevolo.

Viceversa, si vedono pure individui perennemente perseguitati da ogni sorta di difficoltà, angustia e preoccupazione, che collezionano disgrazie a catena, che passano incessantemente da un problema all’altro, da una calamità all’altra, come se un destino maligno li inseguisse con diabolico accanimento: come nel caso di una madre che, dopo aver perso il figlio ventenne in uno dei tanti, troppi incidenti che accadono sul lavoro, rimane anche vedova per un improvviso infarto che ha colpito il marito.

Siamo però sicuri che non si tratti solo di apparenza? Chi siamo noi per giudicare, così, dall’esterno, quando una vita umana è felice e quando non lo è, avendo come unici indicatori gli eventi esterni che l’accompagnano? Non è forse vero che si può essere infelici e disperati anche se tutto, nella propria vita, sembra andare a gonfie vele; ed essere, all’opposto, sereni e in pace con se stessi e con il mondo, anche in mezzo alle più gravi difficoltà?

Ma queste, si dirà, sono le eccezioni: le eccezioni che confermano la regola. E sia; tuttavia, proviamo a domandarci: da che cosa dipendono tali eccezioni, che cosa ci suggeriscono? Non stanno forse a indicare che, in gran parte, il nostro star bene o il nostro star male dipendono dal modo in cui noi affrontiamo i fatti della vita, in cui li accogliamo e li rielaboriamo, prima ancora che dai fatti in se stessi?

Che cosa sono, poi, a ben guardare, i fatti in se stessi, i cosiddetti fatti oggettivi? Il minimo che si possa obiettare alla loro pretesa di oggettività è che noi, dei fatti in se stessi, poco o nulla sappiamo; i fatti che conosciamo, che sperimentiamo, che viviamo, non sono in alcun modo qualche cosa di oggettivo, che avviene fuori di noi, ma qualche cosa che fa tutt’uno con la nostra coscienza, con la nostra consapevolezza.

Per esempio: una malattia è un fatto in sé e per sé, un fatto oggettivo? No di certo, poiché noi possiamo osservare che la stessa malattia produce effetti molto diversi, sia fisicamente, sia psicologicamente, sia spiritualmente, su due persone diverse. Di più: possiamo osservare che la stessa malattia produce effetti diversi sulla stessa persona, qualora si presenti in due momenti diversi della sua vita e specialmente in due momenti diversi del suo percorso interiore. E non è detto che si tratti necessariamente di effetti negativi!

Certo, una malattia porta dolore, solitudine, senso di impotenza; e nondimeno: quante splendide fioriture spirituali sono avvenute, sotto la spinta benefica di una malattia! Quante persone, nella malattia e grazie alla malattia, hanno riscoperto l’amore delle persone care, la bellezza del mondo, la gioia infinita delle piccole e piccolissime cose: il canto di un usignolo, lo sbocciare di un ciuffo di primule, l’odoroso vento di marzo; cose che, nella salute (che diamo per scontata, anche quando non ce la meriteremmo, perché trattiamo male il nostro corpo, la nostra mente e la nostra anima), diamo (anch’esse!) per scontate!

Già questa prima, semplice riflessione: che non sempre le avversità vengono per farci del male, né la prosperità favorisce necessariamente il nostro autentico bene, dovrebbe introdurre un elemento rasserenante nella nostra percezione di ciò che, nella nostra vita, tendiamo a giudicare – e pertanto a vivere – come negativo o, all’opposto, come positivo.

Il secondo elemento di rasserenamento, che costituisce la generalizzazione del primo, può venire dalla riflessione, già accennata, che è molto difficile, se non impossibile, giudicare cosa sia positivo e benefico nella nostra vita, e che cosa sia negativo e malefico, guardando le situazioni umane dall’esterno.

La vita, infatti, ci presenta continuamente delle occasioni: tutto può essere occasione sia di bene che di male; ciò dipende dalla nostra maturità spirituale, dall’uso che siamo capaci di fare, per così dire, degli elementi di fortuna o di sfortuna che ci si presentano.

Vincere una grossa somma di denaro alla lotteria è una fortuna? Dobbiamo rallegrarcene incondizionatamente, senza valutare la possibilità che tutto quel denaro, ottenuto di colpo e senza la fatica (e il merito personale) del lavoro, possa indurci a farne un cattivo uso e a contrarre cattive abitudini, comportamenti e modi di pensare che non favoriscono affatto la nostra crescita interiore, ma, semmai, la nostra pigrizia, facendoci persino regredire?

Il terzo elemento rasserenante dovrebbe venirci dalla consapevolezza che noi possediamo, perché ci sono stati dati (se poi non sappiamo adoperarli, questa è un’altra cosa), gli strumenti necessari per fare della nostra vita una esperienza valida, entusiasmante, meritevole di essere esperita, nonostante tutte le difficoltà, le cadute e le sofferenze (ma, talvolta, proprio in grazia di esse!), pur nella consapevolezza della sua finitezza, della sua imperfezione, della sua labilità, che rimandano ad un’altra dimensione del nostro essere, libera dai limiti di quella presente.

Ci sono dei momenti in cui tutti ci sentiamo dei poveracci, delle foglie al vento, degli operai inutili; in cui abbiamo la sensazione di non farcela più o che non valga la pena di continuare ad impegnarsi, a lottare, a soffrire. Questo è normale: ci sono passate le anime più grandi; perché non dovremmo passarci anche noi, uomini e donne comuni?

Ma sono, appunto, momenti; e sono anch’essi utili e preziosi, perché costituiscono il migliore antidoto alla nostra presunzione, alla nostra smania di onnipotenza. Quanto al pensare che la nostra vita faccia schifo, questa è un’altra cosa.

Non c’è niente che non vada nella vita, salvo il fatto che noi non sempre sappiamo essere all’altezza del compito che ci è stato affidato; vale a dire che non sempre siamo all’altezza di noi stessi, della nostra parte più vera e profonda. Perciò, su la fronte e dritta la schiena: la vita è fatta per i coraggiosi e per la anime attive e assetate di verità; non per i poltroni, i vittimisti e i paurosi.

Ce n’é, di vita, che dobbiamo ancora imparare a vivere… Per chi ha appena aperto gli occhi, la luce che vede è sempre quella di un meraviglioso mattino.

Articolo di Francesco Lamendola

Fonte: https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39305

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